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ARTE E CIBO NELLA STORIA. Il precorso e l’evoluzione da bisogno a “vanto”

Nella preistoria graffiti e disegni per l’appunto fatti con resti del sangue degli animali cacciati o con i pigmenti inconsapevolmente […]

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Nella preistoria graffiti e disegni per l’appunto fatti con resti del sangue degli animali cacciati o con i pigmenti inconsapevolmente ricavati dallo sfregamento di ortaggi o materiale di fortuna, rappresentavano sulle facciate di grotte e caverne, scene di approvvigionamento di cibo che per le popolazioni avevano significato magico e propiziatorio.

Anche l’arte come colui che la produce nel corso dei secoli si è evoluta, giungendo all’era in cui la rappresentazione diveniva testimonianza dello status sociale dei protagonisti.

Un balzo in avanti nel tempo ci porta fino al 1559 quando Caravaggio dipingeva il celeberrimo quadro “Canestrata di Frutta” in cui per la prima volta nella storia il cibo passava da essere un accessorio a protagonista assoluto della raffigurazione.

Da allora l’evoluzione dei significati che assumeva il cibo nelle rappresentazioni artistiche mutava rapidamente affacciandosi al 1600 con la novità dello Still Leben tradotto in seguito in Vita Ferma e dai più conosciuta come Natura Morta.

Gli alimenti da questo momento in poi indicheranno sempre più spesso situazioni socio economiche di vario genere. Dal tozzo di pane abbandonato sulla tavola ai grappi d’uva della specie più succosa ogni disegno sarà riconducibile ad una precisa interpretazione.

Ma Arcimboldo arriva a fare forse più di quanto mai nessuno avesse osato, trasforma il cibo assemblandolo in figure antropomorfe che si fanno burla il più delle volte dell’uomo stesso rappresentando forme dalla non proprio velata ambiguità.

 

È solo a cavallo del 1500 e del 1800 che la rappresentazione artistica del cibo assume caratteri di riscatto sociale con la finalità di evidenziare il sostanziale divario tra la classe operaia e quella dirigente.

C’è chi aveva tutto, addirittura coltello piatto e pane ad personam come nei dipinti dei banchetti di corte del seicento e chi si riduceva a mangiare patate o scorze di patate con i volti incupiti illuminati da una luce fioca come nel dipinto di Van Gogh “Mangiatori di Patate” del 1885.

Ma è giunti al XX secolo che il cibo diventa più che mai, anche in senso fisico parte dell’arte, di quella quotidiana e classica come di quella più innovativa.

Nello scorso secolo, tra le infinite contraddizioni e le spinte avanguardiste si sviluppano idee di pensiero rivoluzionarie, testimoni di una critica sociale mirata a far riflettere.

Gli artisti trattano il cibo come elemento ispiratore di realtà oniriche o talvolta di notevole verismo: la Pop Art di Warhol come denuncia sociale ad un ordine dettato dalle grandi società industriali, la Eat art del 1967 che grida al consumismo e porta avanti una denuncia sociale ai formalismi e agli sprechi domandandosi “Cosa è mangiabile in generale?”

Gli oggetti, le stoviglie applicate su tele con nastri adesivi o colla e le sculture in resina o marzapane in scala di alimenti simbolo dell’epoca in cui la globalizzazione si affaccia in Italia, occupano le testate giornalistiche e le esposizioni rendendo pubblico il nome di uno degli artisti più criticati e al tempo stesso adorati della storia: Spoerri. La sua è una battaglia viva, una denuncia che strilla alla gente di guardarsi intorno e di liberarsi dagli stereotipi formali. Fa della quotidianità il quadro reale della vita dell’individuo.

Pierre Restany teorizzò in merito alla produzione artistica di Spoerri: “Questi nuovi realisti considerano il mondo come un quadro, la grande opera fondamentale di cui si appropriano certi frammenti dotati di significato universale. Ci mostrano il reale negli aspetti diversi della sua totalità espressiva“.

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